Bulimia: nervosa, affettiva, sessuale

La bulimia nervosa, insieme all’anoressia, è uno dei principali disturbi del comportamento alimentare. Ma, per estensione, il termine bulimia può essere esteso a quei casi in cui si sente il bisogno compulsivo di qualcosa (il cibo appunto, ma anche l’amore o il sesso) per colmare un vuoto più profondo.

bulimia

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©Eric Ward/Unsplash

 

Cos'è la bulimia

La bulimia nervosa è un disturbo complesso che comporta comportamenti alimentari disfunzionali, ma anche una componente emotiva e psicologica significativa. 

 

Soprattutto in momenti in cui si sente ansiosa, stressata, triste o annoiata, la persona bulimica tende ad abbuffarsi. Durante questi episodi, perde momentaneamente il controllo e consuma in fretta grandi quantità di cibo, spesso di nascosto. Al termine dell’abbuffata non si sente soddisfatta: al contrario, prova vergogna e disgusto e cerca di “rimediare” inducendosi il vomito. Tra i possibili comportamenti compensatori ci sono anche l’uso di lassativi e diuretici fuori da ogni controllo medico, l’esercizio fisico eccessivo o il digiuno.

 

Proprio questi comportamenti compensatori, se reiterati nel tempo, possono avere gravi conseguenze per la salute fisica. Il vomito frequente, per esempio deteriora le gengive e lo smalto dei denti; la perdita di liquidi e nutrienti può a sua volta portare a scompensi elettrolitici acuti e aritmie cardiache. Il peso non è un indicatore valido: ci sono persone bulimiche che dimagriscono, altre che ingrassano e altre ancora che mantengono un peso corporeo apparentemente normale. 

 

L’alimentazione, come ricordato, è soltanto uno degli aspetti che caratterizzano la bulimia. Altrettanto significativo – e invalidante, in certi casi – è l’impatto sul benessere emotivo e mentale dell’individuo. Il peso, la forma fisica e il cibo diventano un’ossessione, con tutto ciò che ne consegue in termini di ansia, depressione e bassa autostima. 

 

Spesso la bulimia viene confusa con l’anoressia nervosa, perché sono i due disturbi del comportamento alimentare (DCA) più comuni e perché, non di rado, le persone passano dall’uno all’altro. I sintomi, però, sono differenti. La persona anoressica rifiuta di mangiare a sufficienza perché ha una forte paura di ingrassare. Il controllo del peso diventa un’ossessione e la magrezza non è mai sufficiente, tanto più perché la percezione di sé è distorta. 

 

Di norma, la persona anoressica elimina categorie di cibo che ritiene malsane, riduce le porzioni, mastica con estrema lentezza, salta i pasti oppure adotta comportamenti compensatori per annullare le calorie assunte, per esempio attraverso l’esercizio fisico estenuante o l’assunzione di lassativi.

 

Qual è il significato del termine?

Il termine bulimia viene dal greco: λιμός significa “fame” e il prefisso βου- deriva a sua volta da βοῦς, cioè bue, vacca, toro, l’animale più grande che gli antichi greci potessero conoscere. Insomma, il significato letterale di bulimia è una fame esagerata, animalesca, quasi distruttiva. Una fame che può essere di cibo (nel caso della bulimia nervosa) o, per estensione, anche di affetto o di sesso.

 

Quali sono le cause della bulimia nervosa

Sarebbe enormemente semplicistico ipotizzare l’esistenza di una specifica causa scatenante per la bulimia nervosa. Piuttosto, è più corretto parlare di fattori di rischio, per esempio:

  • un quadro generale di disregolazione emotiva;
  • una forte insoddisfazione per il proprio aspetto fisico, che può sfociare nella dismorfofobia;
  • una storia personale di abusi o traumi;
  • un quadro di ansia, stress, scarsa autostima.

 

Soltanto uno specialista – o, meglio ancora, un team multidisciplinare di specialisti – ha le competenze per ricostruire l’origine e il decorso di ogni singolo caso di bulimia, andando a individuare gli approcci terapeutici più adatti.  

 

La terapia per la bulimia 

Non si può pretendere di affrontare con il fai da te un disturbo complesso come la bulimia nervosa: chiedere un supporto professionale è indispensabile. Nei casi particolarmente gravi, in cui gli interventi ambulatoriali non bastano e la persona è in forte sofferenza fisica e psicologica, si rende necessario il ricovero all’interno di una struttura specializzata.

 

Le terapie più efficaci per la bulimia nervosa sono:

  • Psicoterapia. Tra gli orientamenti più appropriati c’è quello cognitivo-comportamentale, perché aiuta a identificare i pensieri e i comportamenti disfunzionali, “disinnescarli” e sostituirli con comportamenti più funzionali. Utile anche la terapia psicodinamica, che aiuta il paziente a comprendere i modelli di pensiero e comportamento inconsci che contribuiscono ai comportamenti alimentari disfunzionali. Soprattutto se il paziente è molto giovane, può essere opportuno coinvolgere l’intera famiglia nel processo di guarigione. 
  • Terapia nutrizionale. Un dietologo o nutrizionista specializzato può sviluppare un piano alimentare mirato, nutriente ma anche psicologicamente sostenibile per il paziente, in modo tale da normalizzare progressivamente i comportamenti alimentari.
  • Farmacoterapia. Dietro prescrizione di uno psichiatra, i farmaci possono essere affiancati alla psicoterapia e alla terapia nutrizionale per alleviare alcuni sintomi associati, come l’ansia e la depressione.
  • Terapia di gruppo e supporto tra pari. Esistono gruppo di supporto che riuniscono persone che affrontano esperienze simili, in modo tale da condividere esperienze e progressi, superando lo stigma e la vergogna.

 

Come comportarsi con una persona bulimica

La cura vera e propria, dunque, spetta ai professionisti. Chi però ha un amico, un parente o un collega con un disturbo del comportamento alimentare può comunque fare la sua parte per farlo sentire accolto e compreso. Purtroppo alcuni cliché, frasi fatte pronunciate senza nemmeno rifletterci a dovere, possono fare molto male a persone che affrontano un periodo di fragilità. 

 

Ecco, dunque, alcune frasi da non dire a chi soffre di un disturbo alimentare

  • soprattutto al momento del pasto, evitare di irrigidirsi, di giudicare, di invitare la persona a mangiare di più o di meno o di prenderla in giro per ciò che ha nel piatto (anche se l’intento è bonario);
  • in generale, i commenti sull’aspetto fisico (di chiunque) sono superflui e controproducenti: frasi come “ma quanto è ingrassata dopo la gravidanza!”, oppure “da quando è dimagrita sta molto meglio”, andrebbero cancellate dal vocabolario;
  • evitare anche di ricadere nell’equivoco per cui basti la forza di volontà per sollevarsi da un disturbo del comportamento alimentare: non è così, così come non basta la forza di volontà per guarire da qualsiasi altra malattia.

 

Bulimia affettiva

L’espressione “bulimia affettiva” sta iniziando a diffondersi anche nel linguaggio giornalistico. Identifica una condizione in cui una persona mostra una fame insaziabile di amore, tanto da cercare metaforicamente di ingozzarsene fino a vomitare per poi ricominciare da capo.

 

L’amore non è vissuto quindi come scambio autentico con l’altro, quanto più come un’ossessione, una necessità quasi fisiologica da colmare. Così facendo, si sfocia nella dipendenza affettiva: si finisce per obbligare il partner a essere presente, perché la sua presenza diventa un modo per anestetizzare il disagio e il vuoto esistenziale che si esperisce.

 

Un rapporto del genere però è destinato inevitabilmente a innescare tensioni, perché non c’è quella reciprocità che consente di viverlo con pienezza e spontaneità.

 

Bulimia sessuale 

Un simile atteggiamento compulsivo può ripercuotersi anche sulla sfera sessuale. Di norma, la bulimia sessuale origina da una frustrazione di fondo, spesso inconsapevole: la persona non si sente abbastanza femminile o virile, non si sente abbastanza appagata in termini professionali o economici, non si sente abbastanza attraente.

 

Come reazione istintiva, questa persona va alla ricerca della promiscuità sessuale. Una promiscuità che inizialmente può rivelarsi eccitante ma, a lungo andare, finisce per alimentare ulteriormente l’inquietudine profonda che sta alla base di tali comportamenti.